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La montagna fassana in diretta

 

Gli sfregi della Marmolada - Agosto 2005

La Marmolada, dopo le infinite contestazioni sui confini tra Veneto e Trentino dell’anno scorso è divenuta nuovamente oggetto di polemiche.Questa volta il motivo è un altro: la distruzione documentata del ghiacciaio per la costruzione del terzo troncone della funivia che porta a punta Rocca. Secondo la denuncia di Luigi Casanova di Mountain Wilderness (3 agosto), il passaggio di ruspe e frese, nonché del gatto delle nevi per il trasporto in quota degli operai, avrebbe inciso in profondità lo zoccolo di ghiaccio, provocando danni irreparabili. Tanto più considerando che la zona interessata è una delle aree Sic (ovvero siti di importanza comunitaria, hanno sottolineato gli ambientalisti, criticando inoltre l’inerzia degli enti interessati, riferendosi quindi al Comune di Rocca Pietore , alla Regione veneto, al Comune di Canazei e alla Provincia autonoma di Trento. Pronto l’intervento della provincia trentina, sul cui territorio è appunto avvenuto il danno ambientale. La magistratura apre un’inchiesta guidata dai pm Ferraro e Russo mentre una commissione di periti viene inviata il 4 agosto a verificare le condizioni del ghiacciaio e l’eventuale presenza di irregolarità nei lavori della Funivia Tofana-Marmolada, presieduta da Mario Vascellari, che si difende: “Operiamo così da anni. Abbiamo i permessi”. L’ispezione dimostra la presenza di irregolarità tali da fermare immediatamente lo svolgimento dei lavori (5 agosto). La questione, nonostante le critiche da parte degli ambientalisti alla giunta trentina per lo scarso interesse verso la tutela  territorio, porta considerazioni positive sulla velocità d’intervento della Provincia. Intanto alcuni membri della Minoranza del comune di Canazei richiedono un consiglio comunale straordinario per verificare gli eventuali abusi edilizi in territorio comunale e dare un indirizzo più concreto alla tutela ambientale da parte del Comune.

                                                                                                                                        Rossella Valentini

 Un reality show in Val di Fassa?

Credevo che con "Music Farm" si fosse toccato il fondo nella televisione italiana, ma evidentemente mi sbagliavo...La Val di Fassa, paradiso montano delle Dolomiti, come ambientazione di un reality show sorto dal nulla per riempire la pessima programmazione estiva di Canale5 dal titolo "Armi e Bagagli". In sostanza due famiglie, l'una proveniente dal triveneto e amante della montagna e l'altra "romana de Roma" amante dell'ozio da spiaggia e dei bucatini all'amatriciana, si incontrano e trascorrono due settimane di vacanza insieme, rispettivamente una in Val di Fassa e una sulle spiagge di Tropea. Ora, questo non è il luogo per aprire una discussione sull'elevazione culturale del reality show; quello di cui voglio parlare è dell'atteggiamento ignobile e offensivo manifestato dalla famiglia romana nei confronti della Val di Fassa, e della Montagna in generale. So bene che nei reality di vero non c'è nulla e che tutto è adattato alle esigenze televisive, ma certi comportamenti sia che fossero spontanei, sia che fossero stati dettati dal regista sono davvero fastidiosi. La prima regola della montagna, secondo la mia visione, è il rispetto nei suoi confronti, elemento calpestato in questa trasmissione, in particolare quando la madre romana afferma che "l'ospitalità delle Dolomiti fa schifo", solo perchè il gestore del Rif. Vial del Pan, dove la famiglia era alloggiata, ha messo in chiaro il divieto di fumo e il coprifuoco serale alle 22.30. Se l'idea era quella di spacciare i montanari come rudi e maleducati solo perchè non permettono le baldorie notturne a 2400 metri lo trovo veramente una cosa ignobile. La Val di Fassa e i suoi abitanti sono stati insultati per mezz'ora, e purtroppo so per esperienza che questa categoria di "turisti" (non dovrebbero essere definiti tali però) è molto diffusa, soprattutto d'inverno. Gente che si permette di sputare giudizi su una comunità che non conosce solo perchè si da delle regole, gente che si crede a casa propria senza un briciolo di rispetto verso gli altri. Mi sento di fare un'appello ai visitatori della valle: se volete comportarvi in questo modo, statevene pure a casa vostra...vi farete odiare sia dai residenti che dai turisti veri! E inoltre il modo in cui il commentatore ha liquidato il popolo ladino: "una popolazione antichissima", come se si fossero estinti dopo il paleolitico. Non ho parole veramente dopo questa offesa alla valle; e mi scandalizza anche il fatto che l'APT della Valle abbia pagato per farsi pubblicità con questo programma ricevendo invece solo insultio..spero che si siano pentiti di quanto hanno fatto. Mi auguro che in futuro i reality restino rinchiusi nei prefabbricati di Cinecittà e lascino in pace il mondo della Montagna, che sicuramente non ha alcun bisogno di loro.  

                                                                                                                        Andrea Robbiani

La Val Jumela - Una storia triste

Dal versante orientale della Val di Fassa, all’altezza del comune di Pozza di Fassa, si stacca una bellissima vallata ricca di boschi e pascoli che risale le pendici del Buffaure fino a culminare nella Sella Brunech, la Val Jumela. Questo nome è diventato estremamente popolare negli ultimi anni, a causa di una triste querelle tra imprenditori impiantisti e ambientalisti, riguardo alla costruzione di nuovi impianti sciistici nella zona. Ma tutto ciò ha origini ben più antiche. Bisogna rimontare al 1978, anno in cui la Società Buffaure , sull’onda di una mentalità che voleva vedere ogni cima della valle contornata da impianti sciistici, inizia la progettazione di un comprensorio comprendente la zona del Buffaure insieme alla limitrofa Val Monzoni e Cima Undici. Il progetto andò a monte grazie a una delibera provinciale del 6 settembre 1985, la quale però spinse la società a dirigersi in un’altra direzione, ovvero quella della creazione di un comprensorio nelle valli Jumela e Grepa, a nord del Buffaure. In seguito ad ulteriori pareri negativi della Giunta Provinciale di Trento, al società decise di proseguire a piccoli passi, proponendo dapprima il rinnovo della telecabina Pozza-Buffaure nel 1995 e in seguito la costruzione della seggiovia e della pista Col de Valvacin, la quale essendo di lunghezza inferiore a 500m, non necessitava del giudizio di impatto ambientale. A questo punto il Comitato Provinciale per l’Ambiente giudicava “non più configurabile un ulteriore sviluppo delle aree sciabili e sistemi piste ed impianti di progetto previsti dal Piano urbanistico provinciale nella zona della Val Giumella”.

Nel 1998, tuttavia, la Società Funivie Ciampac-Contrin e la Società Buffaure riproposero il progetto dell’ampliamento della zona sciabile in Val Jumela, progetto approvato il 25 settembre 2000 dalla Giunta Provinciale, dopo aver ottenuto parere positivo dall’”Unità Organizzativa per la valutazione d’impatto ambientale”. Contro questa sentenza il neonato “Comitato per lo sviluppo sostenibile Adottiamo la Val Jumela” presentò ricorso al TAR regionale con sentenza n. 61/02 di data 13 dicembre 2001; la Società decise di difendersi ricorrendo al Consiglio di Stato con provvedimento n. 448 di data 8 marzo 2002, vedendo però confermata la sentenza del TAR e quindi attuata la sospensiva del progetto.

Il 5 luglio 2002 fu presentato presso l'Agenzia provinciale per la protezione dell'ambiente un nuovo progetto per la creazione del comprensorio; questo progetto ottenne il beneplacito delle autorità, nonostante l’opposizione del Comitato per la Val Jumela e di altri gruppi, tra cui la SAT (Società Alpinisti Tridentini), le quali denunciavano la sostanziale invariabilità rispetto al progetto del 1998. In realtà erano state apportate alcune modifiche (riduzione della portata oraria degli impianti, cambiamento del tracciato delle piste, diminuzione della superficie scavabile, abbassamento dell’altezza dei piloni), ma sostanzialmente il progetto era rimasto quello di cinque anni prima. Particolare successo ebbe la motivazione per cui questo collegamento sarebbe servito per togliere dall’isolamento le due aree sciistiche del Ciampac e del Buffaure, altrimenti destinate al fallimento e "l'esigenza economica della bassa Val di Fassa di dotarsi di infrastrutture sciistiche tali da portare il livello qualitativo dell'offerta turistica all'altezza di quello delle zone limitrofe”. Il progetto è così andato avanti, fino alla realizzazione delle due seggiovie “Orsa Maggiore” e “Pala del Geiger”, nonostante la continua opposizione di gruppi ambientalisti e non, sfociata anche in attentati dinamitardi contro le infrastrutture.

Così si sono svolti i fatti, e per una persona che, come me, conosce bene la Val di Fassa e ama queste montagne, non resta altro che restare amareggiati dalle conclusioni a cui si è giunti. Qui non si tratta di essere ambientalisti o meno, si tratta semplicemente di difendere un ambiente che merita tutto il rispetto di questo mondo, senza far si che le velleità economiche di una lobby imprenditoriale abbiano il sopravvento. L’atteggiamento della Società Funivie Buffaure è esecrabile fin dai principi su cui si fonda, tra cui il considerare il turismo estivo un fenomeno di “minor peso” rispetto a quello invernale, ovvero “il comparto trainante” dell’economia fassana. Innanzitutto senza essere imprenditore chiunque capirebbe che l’enorme massa di turisti che popolano la valle dal mese di giugno a settembre costituisce un’enorme fonte di entrate per il settore, sicuramente inferiore rispetto alla stagione invernale, ma non per questo da minimizzare e considerare “di minor peso”. Inoltre c’è un problema culturale già diffuso tra la gente, che queste dichiarazioni contribuiscono ad acuire: il fatto di ridurre la montagna allo sci, si va in montagna per sciare, quindi solo d’inverno; chi ci va d’estate è solo un vecchietto che non sa cosa si perde rinunciando alle bolgie infernali quali Rimini o altre località. Questa mentalità è molto triste, e purtroppo oggi si amplia sempre di più. C’è da considerare inoltre che una Val Jumela incontaminata risulta un’attrattiva di gran lunga maggiore per escursionisti e naturalisti rispetto a una Val Jumela attraversata da 29 piloni da seggiovia. Un altro problema di mentalità si ricava inoltre dalle dichiarazioni degli impiantisti: “La facilità di accesso all'alta montagna, cioè fin là dove non si esigono attrezzature e abilità particolari, se è resa più agevole dagli impianti anche per persone che in altro modo non possono o non se la sentono di salire in alto, potrà allargare la cerchia degli appassionati a tale ambiente, dando loro nuove conoscenze, che non solo sono interessanti, ma sono anche alla base di qualsiasi coscienza ecologica”. Per un amante della montagna non c’è affermazione più demoralizzante di questa, niente di più sbagliato di dire che ognuno debba avere il diritto di accedere ovunque, ad ogni quota, in ogni punto. La montagna è una selettrice naturale, un meccanismo che crea distinzioni, che divide chi può da chi non può. Non deve essere considerata un’ingiustizia il fatto che solo pochi hanno le capacità di raggiungere la cima dell’Everest, ma come un meccanismo naturale. Se tutti avessero il diritto di andare ovunque, allora esisterebbero impianti su ogni cima del mondo, scenario che non posso nemmeno immaginare, soprattutto nella mia amata Val di Fassa e ogni picco sarebbe invaso durante tutto l’anno da frotte di persone che distruggono e sporcano. Purtroppo questa è la legge della montagna: ognuno ha i propri limiti, e se prova  superarli lo fa a suo rischio e pericolo. E non dimentichiamo che la montagna non esita a punire chi le reca offesa: i disastri di Stava e del Vajont sono solo due esempi di una lunga lista che potrei fare.

La creazione degli impianti in Val Jumela è stata attuata per cercare di “salvare” un comprensorio come quello del Buffaure, avviato verso un progressivo declino; qui i problemi che emergono sono due: innanzitutto una skiarea nata già sotto cattivi auspici, con piste di scarsa qualità e pochi impianti, peraltro rimasti molto antiquati fino a pochi anni fa. In secondo luogo c’è da segnalare il fatto che il comune di Pozza di Fassa al giorno d’oggi lamenta un eccesso di posti letto rispetto alla capacità degli impianti ricadenti sul suo territorio, ma ciò è dovuto ad errori di programmazione di chi ha fatto dello sviluppo della edilizia residenziale ad ogni costo un valore assoluto.

Ora, la grande ricettività extralberghiera, diventa elemento per richiedere un aumento delle portate orarie e delle piste in una rincorsa che pare senza fine. Non possiamo far pagare alla Valle gli errori commessi negli anni da imprenditori edili e amministratori che si sono lasciati trascinare dall’euforia dell’espansione turistica. Insensata anche la giustificazione di coloro che affermano che in questo modo si viene a creare un importante collegamento tra la media e bassa Val di Fassa con gli impianti del Sellaronda, riducendo il traffico veicolare verso Canazei: non si tiene conto infatti che per raggiungere il Sellaronda da Pozza con gli sci ai piedi, considerando le code agli impianti che si verrebbero a creare, ci vorrebbero almeno un paio d’ore, e quale sciatore inizierebbe il Giro dei 4 Passi a mezzogiorno, sapendo di dover poi ritornare prima della chiusura degli impianti a Pozza? Non dimentichiamo inoltre che non stiamo attuando in una Valle che ristagna in ristrettezze economiche, bensì in un territorio caratterizzato da piena occupazione, spesso carenza di manodopera e reddito pro capite tra i più alti d’Europa. Basterebbe investire sul potenziamento delle infrastrutture esistenti (molti impianti in diverse zone della Valle non sono tra i più moderni), piuttosto che cercare di ampliare ulteriormente le già vaste aree sciabili.

E tutto ciò senza citare i danni più tecnicamente ambientali che sono stati recati alla Val Jumela, danni spesso mascherati o taciuti dai rapporti della Società o degli organi amministrativi. La Valle è l’unica località italiana in cui vive il Botrychium simplex, definito dalla Società Buffaure come “erba secca”, ma in realtà una specie inclusa nell'allegato II della Direttiva 92/43/CEE "Habitat" in cui sono riportate le "specie animali e vegetali d'interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazionedi zone speciali di conservazione". Dato lo scarso spessore della torbiera, inoltre, molti scavi sono stati effettuati nella roccia, alterando permanentemente il profilo del monte; i riporti di terra inoltre possono influenzare in modo molto pesante la stabilità dei pendii, con aumento di rischio anche per chi li percorre (sia in estate che in inverno); il tracciato della pista Orsa Maggiore attraversa molti piccoli corsi d’acqua sorgiva, alterandone o ostruendone il corso naturale; i rapporti sulla sicurezza non hanno offerto alcuna certezza riguardo all’assenza di rischio valanghe nella vallata; infine c’è da considerare il rumore: se infatti ad un impianto di innevamento artificiale che in perfette condizioni che produce 64Db(A) si aggiunge il rumore dei mezzi battipista pari a 70Db(A), si nota che viene superato di molto addirittura il limite massimo consentito per legge nelle aree industriali cittadine (60Db(A)); figuriamoci a 2300 metri di altitudine!

Si tratta di una storia triste, ma purtroppo negli ultimi anni queste storie vanno di moda; la speranza naturalmente è che qualcuno si renda conto di quello che sta succedendo e ce l’aggressività dell’industria turistica sia frenata, o perlomeno limitata laddove essa non arrechi danni profondi. E la speranza, si sa, è l’ultima a morire.

                                                                                                           Andrea Robbiani

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